Amico Libro – Il ciclismo e il crimine: i cicloanthropos secondo Lombroso

L’associazione di volontariato culturale Amico Libro propone una nuova pagina di lettura, a cura di Massimo Centini, dedicato al curioso tema “Il ciclismo e il crimine: i cicloanthropos secondo Lombroso”.


IL CICLISMO E CRIMINE
Il cicloanthropos secondo Lombroso

Cesare Lombroso (1835-1909) fu uno scienziato curioso, molto attento a quanto lo circondava e interessato a osservare la società per cogliere aspetti che eventualmente gli avrebbero consentito di corroborare le sue tesi sull’uomo delinquente, sll’atavismo, ecc. ecc. Abbiamo un esempio lampante di questa attenzione di Lombroso nel mare magnum che costituisce la sua bibliografia, costituita da studi scientifici e saggi per riviste accreditate, ma anche da molti articoli per riviste popolari e di grande diffusione. In questo poliedrico universo ci imbattiamo in uno scritto alquanto originale che ancora una volta dimostra l’eclettismo dello studioso: “Il ciclismo nel delitto”…

Apparso per la prima nella “Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti” in un fascicolo del 1900, in seguito sarà raccolto, con alcune aggiunte, soprattutto sui “vantaggi del biciclo” (da mezzo – tandem – per il trasporto dei carcerati, alle opportunità offerte sul piano “igienico/terapeutico) in Delitti vecchi e delitti nuovi (Torino 1902).

Il testo naturalmente riflette la cultura del periodo e per molti aspetti è datato, ma ci pare possa fornire una fotografia particolarmente nitida di un tempo in cui la bicicletta era quasi un bene di lusso. L’ingresso del nuovo mezzo nella società coeva, diventa occasione per guardare attraverso un’ottica decisamente alternativa il “biciclo”, che sul piano antropologico offrì l’occasione agli scienziati sociali di creare il neologismo cicloanthropos: una nuova specie culturale che dai tempi di Lombroso, seguendo un irrefrenabile processo evolutivo, ha naturalmente subito alcune varianti, strettamente correlate all’altrettanto irrefrenabile processo tecnologico che ha trasformato il biciclo in bicicletta.

Il testo acquista poi attualità se ci si rivolge alla crescente diffusione della bicicletta nella nostra società contemporanea, che ha ampiamente rivalutato questo mezzo di trasporto – per esempio per la praticità di spostamento che offre nelle metropoli, o per motivazioni da ricondurre alla coscienza ecologica – determinando un incremento del mercato e di conseguenza una sempre maggiore moltiplicazione delle tipologie di prodotto. Direttamente consequenziale purtroppo la crescita di furti, che ci fa guardare al testo lombrosiano come all’effetto di una sorta di ciclicità (nomen omen), in questo caso temporale.

Emblematiche le sue considerazioni contenute nell’incipit: “L’uso diffusissimo di una macchina di un certo valore così facilmente esportabile, in ispecie da quelli che sono più agili, è un incentivo ed una causa di appropriazione indebita e truffa, come la cambiale e il vaglia postale”…

Ladri di biciclette

Il padre dell’antropologia criminale riporta alcuni casi in cui la bicicletta – o meglio il furto della stessa – diventa occasione per applicare i metodi propri della sua scienza: “Io ho veduto a Torino due fratelli giovanissimi, di buona famiglia, frequentatori però di cattive compagnie, precoci in amore e nell’uso del vino, divenire ladri appena passata la pubertà, per causa del biciclo. Uno di loro nella speranza di diventar un grande ciclista, essendo già abile ginnasta, stimola, a 15 anni, due amici a scassinare un magazzino di bicicli; ed è colto con essi sul fatto: e da allora in poi, finge mutismo ostinato, rifiuta il cibo, lacera ogni veste, sicché riesce a farsi prosciogliere. Il fratello suo pure giovanissimo, di i6 anni, biondo, con anomalie craniane singolari, avidissimo anch’egli di possedere una bicicletta, essendo meccanico in un’officina, aspetta che entrino parecchi bicicli nel suo magazzino e ne consegna uno a un amico perché lo sottragga per suo conto, coll’idea di adoperano per qualche tempo e poi restituirlo; ma il giorno della restituzione non veniva mai, ed egli fu arrestato; anch’egli in carcere ebbe degli accessi maniaci durante uno dei quali si gettò dall’alto di due piani rompendosi un braccio: uscito dal carcere infermava e moriva di tisi”.

Vi è poi il caso di uno studente ginnasiale pur di 16 anni, “di ricca famiglia, di fisonomia simpatica, ma infantile, con precoce sessualità, e passione precoce pel giuoco e lo sport, affitta una bicicletta per un’ora, coll’intenzione, dice almeno lui, di restituirla dopo tre giorni, e la depone durante la notte da un portinaio di un amico molto lontano dalla sua casa. Il giorno dopo si allontanava dalla città per godere più sicuramente del suo strumento, ed era fatto arrestare dal proprietario di questo. In carcere non si vergogna, né si turba: solo si duole che la cella sia piccola e il letto duro, e la minestra cattiva: avendo evidentemente mancanza di senso morale: condannato a pochi mesi, appena uscito ruba invece dei grafofoni”.

E che dire di un “certo Torriani, con tutti i caratteri del delinquente nato, cranio idrocefalico, occhio strabico, dedito già da io anni ai piaceri più ignobili, forse epilettico avendo sofferto da giovanetto un colpo al capo, a 22 anni aveva già fatto il cameriere, il custode, il tipografo, il soldato: chiamato a fare il commesso presso un ufficio, trova che per ciò una bicicletta era necessaria. Quindi naturalmente, dice lui, la dovette prendere… e la rubò e la tenne sette mesi”.

Uccidere per una bici

Ma i fenomeni possono degenerare: “Non di raro, invece, il fatto è più tragico e la passione per la bicicletta conduce fino al delitto di sangue. Nel 15 luglio 1895, un giovane diciannovenne, Enrico Go…, penetra di notte nella casa di un vicino per derubarlo del danaro che gli occorreva per comprarsi un biciclo. Essendosi quegli svegliato, egli a colpi di coltello lo uccise con tanto impeto da ferire anche se stesso; poi rientrava nella casa propria, si lavava e cambiava d’abiti, e si univa alle guardie, ai vicini che attratti dalle grida della vittima, penetrarono nella sua casa, compassionando il morto”.

La messa in scena durò poco e l’assassino venne scoperto, come sottolinea Lombroso: “ Simulò la pazzia, drappeggiandosi da Amleto, e declamando versi e rifiutando il cibo; ma io lo smascherai. Era un bel giovane, benché con sguardo sinistro, cranio voluminoso, i 68 c.c., sensibilità tattile e dolorifica ottusa, campo visivo ristretto, qualche vertigine epilettiforme. Ma quello che più era importante è che poteva in lui notarsi una vera doppia personalità psichica”.

Il cicloanthropos

La teoria di Lombroso riflette la cultura di fine ottocento ed e’ per molti aspetti datata, pero’ fornisce punti per cogliere il clima dell’epoca, in cui la bicicletta era ancora guardata come un oggetto strano. Per inquadrare i primi appassionati delle due ruote gli scienziati sociali creano un neologismo cicloanthropos (uomo bicicletta), che dai tempi di Lombroso, seguendo l’irrefrenabile processo evolutivo, e’ giunta fino alle moderne biciclette ed ai cugini monopattini.


Brevissima storia della bici

 

 

 

 

 

 


Esiste anche un disegno su La bicicletta di Leonardo


Come in ogni favola che si rispetti, si inizia con il fatidico “c’era una volta”. Ebbene, c’era una volta un genio, pardon in questo caso è d’obbligo usare la maiuscola, un Genio dicevamo poiché parliamo del sommo Leonardo da Vinci; senza dubbio un uomo avanti di un secolo rispetto ai suoi tempi. Leonardo ideò diverse macchine mosse dalla forza delle leve e da quella dell’uomo, risalendo al “Codice Da Vinci”, per la precisione al “Codice Atlantico” troviamo nel II Tomo al foglio 133 il primo disegno compiuto di un mezzo che possiamo definire una “bicicletta”, lo schizzo appare già completo di tutti gli elementi con i quali ci immaginiamo oggi una bici quindi pedali, catena, mozzi, correva l’anno 1490. Il disegno è al centro di contestazioni.

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