Amico Libro propone un articolo di Massimo Centini sulle “piòle”

L’associazione di volontariato culturale “Amico Libro” propone l’ultima “pagina di lettura” prima dell’estate: un articolo di Massimo Centini sulle “piòle”.

Massimo Centini, laureato in antropologia culturale, collabora con alcune università e musei italiani e stranieri ed è autore di numerosi studi di antropologia.

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Diffidate delle imitazioni. Quando vi parlano di una certa “piòla” dove si mangia bene, si spende poco e tutto è rimasto come nei bei tempi andati, non credeteci, non è una vera piòla. Per il semplice fatto che le vere piòle non ci sono più. Di questi luoghi è rimasta l’eco o, di quando in quando, un appassionato tentativo di recuperarne ambienti e originalità alimentare, ma si tratta di una sorta di vintage gastronomico che non riuscirà mai a restituire l’autentica atmosfera delle piòle. Forse, ripensare a questi luoghi, che non erano soltanto gli antesignani dei “bar”, è un modo per far rivivere un pezzetto di un passato che non c’è più. Rassegniamoci. Ci sarà qualcuno che dirà che non è vero che di piòle ce ne sono ancora, dove si mangia come una volta: appunto si mangia. La questione è che la piòla non era solo un posto dove si mangiava, anche, ma era soprattutto un luogo di socializzazione che per mille motivi, ma principalmente per gli effettivi e irrefrenabili cambiamenti culturali e dei costumi, forse oggi non avrebbero più senso. Chi, come lo scrivente, ha già una certa età, ha assistito all’ultima ed estrema fase delle piòle, al canto del cigno, quando cioè avevano ancora una parte della loro utenza specifica: vale dire anziani, soprattutto, che giocavano a carte, qualche volta a bocce, ma soprattutto parlavano e a volte sparlavano, discutevano, in un ambiente annerito dai “cannoni” delle stufe. Territori disorientanti per chi vi accedeva, a causa di quel fumo di sigarette e toscani e, qualche volta, per gli effetti di una pulizia effettuata un po’ “alla veloce”. E poi gli odori, di vino versato e di cucina che tracimavano da dietro il bancone, con il loro carico di aromi non sempre facili da decifrare.

Ripensare alla piòla ci fa scollinare oltre la storia in sé: ci rimanda nei ricordi, alcuni sfumati, come quell’insegna “Pesci vivi”, che fino a pochi anni fa era ancora visibile sui quattro muri malfermi di uno di questi locali rivolto sul Po, lungo il Viale Michelotti, quello che gli autoctoni chiamavano il “canale”. Pesci pescati con il griseul, quando quel tratto del fiume era inframezzato da isolotti e la gente in quelle acque ci faceva anche il bagno. E poi, poco più avanti c’erano le “Cantine Risso”, quelle dei tempi in cui, giovani studenti, si faceva tardi con un litro di rosso e un cestino di bagige. Erano però già altri tempi: la “fauna” non era più quella tipica, quella storica, delle piòle; infatti vi erano soprattutto giovani, fricchettoni e simili, che vedevano nelle piòle una di quelle espressioni della cultura del popolo che si contrapponeva ai primi vagiti delle cremerie, luoghi di ritrovo dei “cremini”. La mia generazione, quando andava in piòla e aveva un’età intorno ai diciotto – vent’anni, lo faceva con uno spirito diverso da quello dei nostri padri e nonni: obiettivamente non si può dire che fosse un’abitudine appresa generazionalmente, piuttosto si era mossi quasi da una sorta di desiderio di staccarsi da stereotipi “borghesi”, forse un modo per definire uno stile, piòlesco appunto, che voleva porsi in contrasto ai fighetti che andavano in cremeria. Qualcosa che ricorda il contrasto eskimo-loden, ma effettuato senza grandi velleità politiche e ideologiche: era soprattutto un modo per cercare di crearsi un’identità e trovare radici nella tradizione.

Su quell’onda si poneva, per esempio “Anna la pazza” a Pecetto: piòla un po’ difficile da decifrare, non era ben chiaro che genere di miti e ideologie circolassero, forse era di moda. Un posto strano, dove non potevi ordinare nulla. Se volevi un caffè lei, Anna, ti diceva di fartelo. Ecco, “Anna la pazza” potrebbe, se volessimo fare della filologia, essere l’anello di congiunzione tra le piòle di ieri e il modello post-sessanottino, quello della piòla come risposta proletaria alla cremeria o alla discoteca.

Per rifarsi la bocca potevi concederti un’incursione a “La stella” di strada Mongreno: la cucina era proprio quella delle piòle, con menù tipicamente piemontesi: poi c’erano gli aficionados, gente che forse faceva parte della mobilia, c’erano sempre: guardiani di soglia tra un mondo ormai prossimo a finire e un altro che da lì a qualche decennio sarebbe diventato post-moderno.

Il titolare passava tra i tavoli e aveva sempre qualcosa da raccontarti, le battute erano mitragliate con una simpatia tutta sorretta sull’ironia caratteristica di quei piemontesi ancora capaci di porsi davanti alla vita con saggezza e voglia di scherzarci su. Con qualche suo sumà improvvisavano intermezzi musicali e cantate accompagnate dall’immancabile fisarmonica, da una chitarra e, caso unico a “La stella”, da una batteria costruita con taniche di plastica e vari contenitori e bersagliata dalle bacchette del titolare.

La piòla era anche questo, ma non solo ovviamente. Anche se non è facile, in questo nostro viaggio proveremo a raccontare le piòle: non è facile perché non è ben chiaro da dove cominciare. Potremmo adottare un taglio storiografico, ma in questo caso c’è forse il rischio di essere troppo legati a eventi che devono avvalersi di una metodologia alla quale non può mancare un costante riferimento alle fonti. Ma nel nostro caso le fonti non sono quelle d’archivio – o, se lo saranno, il loro ruolo sarà minimo – ma quelle che giungono anche disordinatamente, legate a memorie, a un’aneddotica raccolta molto spesso informalmente tra la gente. Fatti veri o magari un po’ ingigantiti dal tempo e dal rarefarsi dei ricordi, ma mai asfittici, bensì colmi di esistenze vissute, di divertimento e anche di tragedia: come le nostre vite, che cambiano, si modificano e affidano all’archivio del passato quei frammenti di un tempo che non c’è più. Ma che sarebbe bello, di tanto in tanto, far rivivere, anche solo per capire che cosa abbiamo perduto.

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