Telefono Rosa, la presidente Lella Menzio: “Siamo operativi e in grado di sostenere le donne vittime di violenza”

“In questo momento, è essenziale far conoscere alle donne che necessitano di aiuto che i servizi dei centri antiviolenza sono operativi e in grado, pur con tutte le difficoltà legate al momento, di sostenerle”.

Parole di Lella Menzio, presidente Telefono Rosa Piemonte di Torino, al lavoro per affrontare l’emergenza insieme alla sua squadra di volontari: “In tempi di coronavirus – spiega – la nostra difficoltà principale, considerata l’impossibilità delle donne di raggiungerci, è quella di dover cambiare approccio, visione e pratiche. Laddove noi lavoravamo con la presenza, la vicinanza e i colloqui vis à vis, adesso, per proteggerle e proteggerci, dobbiamo relazionarci solo con le parole. Le consulenze in sede sono rimandate almeno fino al 3 aprile: in questa situazione, i colloqui telefonici che prima erano prevalentemente attività di ascolto ora sono minuziose attività di sostegno, consulenza e tutela”.

Ricordiamo tutti i modi in cui è possibile contattarvi in caso di necessità.

“I telefoni sono 011/5628314 e, in orari serali, 327/3275692. La mail è telefonorosa@mandragola.com, ma è possibile scriverci anche su messenger all’indirizzo https://www.facebook.com/telefonorosa.torino/”.

Il periodo è complicato per tutti, anche per chi fa volontariato. In quanti siete operativi in questo momento e che orari fate?

“Oltre a me, che in quanto presidente svolgo funzione di coordinamento e gestione di situazioni a “rischio”, sono attive tre volontarie dell’accoglienza, una avvocata civilista, una avvocata penalista, nonché la responsabile dell’area psicologica. Facciamo sia servizio diurno che serale, dal lunedì al venerdì dalle 9.30 alle 14.30 e dalle 19.30 alle 23. Continuiamo anche da casa il nostro lavoro di back office e di contatto con i servizi e con la rete sociale di riferimento”.

Quante chiamate ricevete in questi giorni?

“Meno del solito, considerando che molte chiamate ci arrivano dalle abitazioni, nelle quali è stabile la presenza del maltrattante”.

Prevedete un aumento man mano che passano i giorni di “quarantena”?

“È ancora presto per dirlo, visto che stiamo fronteggiando una situazione mai verificatasi prima”.

Stare in casa è un incubo per le persone vittime di violenza domestica: di quante situazioni parliamo, per la città di Torino?

“Non ci si può basare sulle chiamate degli ultimi giorni, trattandosi di un osservatorio troppo ristretto.  Ma stiamo comunque parlando di diverse decine, anche se i numeri sono chiaramente al di sotto della media, rispetto alle ultime settimane di “normalità” e a periodi analoghi dello scorso anno. Come già detto, le convivenze forzate con i compagni e la presenza dei figli sicuramente scoraggiano le donne dal telefonare”.

Altro problema è la gestione dei bambini tra persone divorziate: cosa ci può raccontare a questo proposito?

“Un grandissimo problema, che sarà oggetto quanto prima di un confronto e di una verifica nelle sedi opportune. Parliamo di situazioni ove alcuni padri prelevano i minori dal domicilio materno rifiutandosi poi di riconsegnarli, affermando di attenersi all’obbligo di restare in casa. Oppure, padri che a diverso titolo hanno il lavoro sospeso e quindi hanno più tempo per pretendere il collocamento dei figli presso di loro, pur senza avere una sentenza che giustifichi tale pretesa”.

Riguardo alle case che accolgono le donne vittime di violenza, qual è la situazione?

“Ci stiamo ponendo il problema legato alla difficoltà di fare nuove accoglienze per quelle donne che necessitano di protezione immediata, perché – proprio come i centri antiviolenza e le case rifugio hanno segnalato la settimana scorsa alla ministra Bonetti – oltre a non essere stati dotati di alcuna strumentazione per far fronte all’emergenza, non sono stati fino ad oggi previsti meccanismi di finanziamento specifici e procedure certe e prioritarie per l’emergenza, in particolare per individuare strutture ad hoc nelle quali accogliere le donne per la necessaria quarantena prima dell’inserimento in casa rifugio, qualora dovessero presentare sintomi riconducibili al COVID-19, o per gestire la separazione dei nuclei accolti in casa rifugio qualora dovessero emergere casi di contagio da coronavirus”.

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